Ottime notizie per chi non vede l’ora di “fuggire” dal lavoro: dal prossimo anno si potrà accedere alla pensione con addirittura 6 anni di anticipo.
Dal 2025 – ma in alcuni casi anche prima – si potrà smettere di lavorare con largo anticipo, anche sei anni prima. Infatti una nuova sentenza della Cassazione mette in discussione l’interpretazione dell’Inps della legge Fornero. Fino ad oggi, dunque, l’Inps potrebbe essersi sempre sbagliata facendoci lavorare più anni di quelli necessari.
Ad oggi, per accedere alla pensione di vecchiaia ordinaria, è necessario avere almeno 67 anni e minimo 20 anni di contributi. Chi ha iniziato a lavorare molto giovane può sfruttare alcune misure che non prevedono alcun requisito anagrafico ma tengono conto solo dei contributi come, ad esempio, la pensione anticipata ordinaria o Quota 41.
Si tratta di misure che, però, si rivolgono ad una platea un po’ ristretta proprio perché il requisito fondamentale è quello di aver maturato addirittura più di 41 anni di contributi: davvero moltissimi! La recente sentenza della Cassazione mette in discussione proprio questo: davvero è necessario lavorare così tanto per poter smettere di lavorare e ricevere la propria pensione?
Finalmente la svolta tanto attesa è arrivata e grazie ad una nuova pronuncia della Cassazione, dal prossimo anno sarà possibile accedere alla pensione con non uno o due ma addirittura con sei anni di anticipo sulla tabella di marcia. I lavoratori già festeggiano: sembra davvero troppo bello per essere vero.
E invece è tutto vero! La Corte di Cassazione, con una sentenza dello scorso settembre, ha rovesciato un caposaldo o, meglio, un ostacolo, che riguarda le pensioni anticipate. In pratica, secondo la sentenza della Cassazione, da ora in avanti, per accedere alla pensione anticipata si dovrà tenere conto di tutti i contributi figurativi e non dovrà più esserci il limite minimo dei 35 anni di contributi effettivi.
I contributi figurativi sono quei contributi che vengono versati al soggetto durante periodi in cui, di fatto, non lavora come, ad esempio, i periodi di disoccupazione o di maternità, i giorni di malattia, i congedi per legge 104, gli anni universitari, il congedo militare. Fino ad oggi l’Inps ne teneva conto ma solo fino ad un certo punto ai fini della possibilità di accedere prima alla pensione.
In particolare questo problema nasceva per coloro che volevano uscire prima dal lavoro sfruttando o la pensione anticipata ordinaria oppure Quota 41. Nel primo caso occorre avere 42 anni e 10 mesi di contributi – o 41 anni e 10 mesi per le donne – di cui almeno 35 anni di contributi effettivi.
Discorso analogo per Quota 41: almeno 41 anni di contributi – di cui almeno un anno versato prima di aver compiuto 19 anni di età – e minimo 35 anni di contributi effettivi. Pertanto molti venivano penalizzati magari per solo un anno o due. Se, ad esempio una persona aveva 41 anni di contribuzione ma solo 34 di contributi effettivi, fino ad oggi non poteva lasciare il lavoro.
La nuova sentenza della Cassazione, però, potrebbe cambiare tutto in quanto ha stabilito che tutti i contributi, effettivi e figurativi senza limiti, devono essere considerati utili ai fini dell’accesso alla pensione. Pertanto da ora in avanti anche con solo 35 anni o meno di lavoro effettivo e 6 o più anni di contributi figurativi si potrebbe accedere alla pensione.
Naturalmente una sentenza della Cassazione non ha il potere di cambiare le leggi e non modifica nemmeno la libera interpretazione delle norme da parte dell’INPS. Tuttavia si crea un precedente e, dunque, molti potranno fare ricorso e vincere qualora l’Inps rifiutasse la loro richiesta di prepensionamento per mancanza di contributi.
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